Un nuovo comando: Gen 7,1-16

Al v. 1 del capitolo sette c’è un nuovo comando di YHWH a Noè. Esso si compone in forma alternata di un imperativo (v. 1a: «Entra»; 2a: «Prendi») e di una motivazione (v. 1b. 4). Le due motivazioni riprendono il tema del «giusto» Noè (cf. Gen 6,9) e la decisione di sterminare gli esseri viventi (cf. 6,7). La presenza del nome divino YHWH qui e nel v. 5 ha fatto si che si ascrivessero i vv. 1-5 al racconto yahvista, però va detto che l’espressione «perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione» di 7,1b è chiaramente un richiamo di 6,9 attribuito al racconto P. Questo per evidenziare la difficoltà di separare il testo in due racconti autonomi.

La distinzione tra gli animali puri e impuri nei vv. 2-3, tipica della legislazione sacerdotale (cf. Lv 11), viene retrodatata sino ai tempi di Noè per rafforzarne l’importanza. Non è il solo caso, in Gen 1–11 molte altre istituzioni religiose sono retrodatate al tempo primordiale: il sabato (Gen 2,1-3); il Giardino di Eden con l’idea di santuario (Gen 2-3); il sacrificio (Gen 4,1-8). In questo modo si applica la legge dell’antichità o della precedenza secondo la quale un’istituzione politica o religiosa è valida oggi quanto più è antica o risale al tempo primordiale1.

Gli animali puri da far salire nell’arca sono sette paia, il maschio e la sua femmina, per un totale di quattordici, mentre di quelli impuri una sola coppia, il maschio e la sua femmina. Questo a motivo del sacrificio che ci sarà dopo il passaggio del diluvio (cf. 8,20)2.

Con la seconda motivazione (v. 4) Dio specifica come avverrà il diluvio: pioverà sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. Si tratta quindi di una pioggia straordinaria ancor più evidenziata dal fatto che l’espressione quaranta giorni e quaranta notti è idiomatica, cioè esprime un lungo periodo di tempo (cf. Es 24,18). Ritorna il verbo «sterminare» (māḥâ) come in 6,7 mentre il suo oggetto è la rara espressione kol-hayᵉqûm, «ogni essere» (cf. 7,23; Dt 11,6), che ha alla sua base il verbo qûm, «sussistere»3.

Il racconto dell’esecuzione: Gen 7,5-16

Al comando di YHWH Noè obbedisce prontamente come in Gen 6,22. Ci sono però alcune variazioni: il narratore al posto del nome generico di Dio, usa il nome proprio YHWH, sopprime poi l’espressione «così fece» che sostituisce con la narrazione successiva (7,6-16), dove racconta l’imbarco di Noè con la sua famiglia e l’arrivo del diluvio. Come suggerisce Wenham il narratore mostra più interesse per egli eventi immediatamente precedenti il diluvio che per la costruzione dell’arca in sé4.

Al v. 6 viene datato il diluvio al seicentesimo anno di Noè. In termine di cronologia assoluta è difficile, se non impossibile, ipotizzare una data e va sempre ricordato che il tenore mitico e metastorico dei testi di Gen 1–11. Probabilmente i 600 anni corrispondono alla misurazione di un ner nel sistema sessagesimale presente a Babilonia5.

Nel v. 7 Noè adempie il comando di entrare dato da YHWH in 7,1. Con lui entrano gli animali puri e impuri, gli uccelli e gli esseri che strisciano sulla terra (v. 8). Il narratore non fa alcun accenno alle coppie di animali puri, ma ritrae la loro entrata a due a due, maschio e femmina, concludendo la processione con il ritornello «come Dio aveva comandato a Noè» (v. 9).

L’attenzione si sposta sul diluvio e il narratore informa che le sue acque sono sopra tutta la terra (v. 10). Al versetto seguente la datazione dell’inizio del diluvio si fa più precisa: il diciassette del secondo mese dell’anno seicento della vita di Noè. Data la scarsa conoscenza dei calendari utilizzati al tempo dell’AT, sono state proposte varie soluzioni da parte dei commentatori6. Forse il dato fondamentale è che, con il continuo ricorso a datazioni, il narratore vuole costruire una parvenza storica al diluvio7.

Il diluvio

Il diluvio viene ritratto come l’erompere «di tutte le sorgenti del grande abisso» e l’aprirsi delle «cateratte del cielo» (v.11b). Ritorna un termine utilizzato in Gen 1,2, l’«abisso primordiale» (tᵉhôm), specificato come «grande» (rabbâ), appare solo in Is 51,10, Am 7,4 e Sal 36,7, si tratta delle acque al di là del firmamento8. Il termine ebraico per «cateratta» è ʾǎrubbâ che propriamente indica uno sfiatatoio attraverso il quale il fumo può lasciare un locale chiuso, prima dell’invenzione del camino. La scena così viene descritta dal narratore: il firmamento, la volta solida che separa la terra dalle acque che ne stanno al di sopra (Gen 1,6-7), si apre improvvisamente, facendo piombare sulla terra tutta l’acqua che alle origini inondava l’intero creato.

Il versetto seguente (v. 12), torna a menzionare la pioggia che cade per quaranta giorni e quaranta notti (cf. 7,4.17) e il termine ebraico gešem è quello comunemente usato per la pioggia, senza alcun riferimento a piovaschi eccezionali. Semmai l’eccezionalità è che piova 40 giorni e 40 notti, un tempo lunghissimo.

Come la datazione e la descrizione del diluvio, ora anche l’entrata nell’arca viene ripresa nei vv. 13-16. Al v. 13 l’espressione «in quello stesso giorno» (bᵉʿeṣem hayyôm hazzeh) è di una certa rarità e viene utilizzata per sottolineare l’importanza di alcuni eventi: in Gen 17,23.26 la circoncisione di Abramo; in Es 12,41.51 l’uscita dall’Egitto proprio in quel giorno e in Dt 32,48 la morte di Mosè. Sono poi nominati i tre figli di Noè che entrano nell’arca con le loro rispettive mogli e Noè e sua moglie.

La processione per entrare nell’arca (v. 14) vede gli uomini — Noè e i suoi familiari — e gli animali qualificati in viventi (ḥayyâ), bestiame, rettili e uccelli, tutti secondo la loro specie, chiaro riferimento a Gen 1. Inoltre l’espressione del v. 15 «ogni carne in cui c’è spirito di vita» richiama Gen 6,17. Al termine della processione, realizzata «come aveva comandato Dio», YHWH chiude la porta dietro di lui, riferito a Noè (7,16) e così Dio appare come il grande regista di tutta l’operazione d’imbarco9.

L’acqua sopra la terra: Gen 7,17-24

Già nella scena precedente si era menzionata l’acqua legata al diluvio ora diventa la protagonista assoluta tanto che il diluvio appare come un vero e proprio ritorno del mondo al caos delle origini, una sorta di de-creazione. Ogni vita, «ogni carne», da intendersi come riferimento a ogni essere vivente, viene cancellato (v. 23) e le acque trionfano, ricoprendo tutta la superficie della terra.

Subito il narratore ricorda la durata del diluvio sulla terra, «quaranta giorni» (v. 14) con un chiaro riferimento a 7,12 anche se usa «diluvio» (mabbûl) al posto di «pioggia» e non menziona la notte, fatto che la traduzione greca della Settanta integra. L’effetto del diluvio sull’arca è ritratto con tre brevi espressioni disposte in ordine logico dove la seconda frase è l’effetto della prima e la causa della terza: le acque crebbero, sollevarono l’arca e questa si innalzò sulla terra.

La crescita delle acque per il narratore è un trionfo. Infatti il verbo ebraico gābar reso dalla CEI con «furono travolgenti» è normalmente utilizzato per indicare un trionfo di carattere militare (Es 17,11) e qui viene ripetuto per quattro volte (vv. 18.19.20.24). L’arca non è solo sollevata, ora naviga sopra le acque (v. 18b). Il fatto che al v. 20 si menzioni che le acque hanno superato di 15 cubiti i monti, significa che l’arca vi sta navigando sopra e che non c’è alcun scampo per chi è rimasto fuori.

La crescita delle acque per il narratore è un trionfo. Infatti il verbo ebraico gābar reso dalla CEI con «furono travolgenti» è normalmente utilizzato per indicare un trionfo di carattere militare (Es 17,11) e qui viene ripetuto per quattro volte (vv. 18.19.20.24). L’arca non è solo sollevata, ora naviga sopra le acque (v. 18b). Il fatto che al v. 20 si menzioni che le acque hanno superato di 15 cubiti i monti, significa che l’arca vi sta navigando sopra e che non c’è alcun scampo per chi è rimasto fuori.

I versetti 21-23 constatano la distruzione di ogni carne che si muove sulla terra. I vocaboli «uccelli», «bestiame», «fiere», «brulicare» e «terra asciutta» evocano Gen 1, mentre l’espressione «alito di vita nelle narici» Gen 2,7. Tutto viene distrutto e «rimase solo Noè e chi stava con lui nell’arca» (v. 23). Il contrasto nel testo ebraicao è ancor più evidente: infatti vengono utilizzati due verbi alla coniugazione passiva Nifal (sono distrutti… rimase solo). Il verbo usato per Noè è šāʾar da cui il vocabolo šᵉʾērît termine con cui la letteratura profetica designa il «resto», la porzione fedele all’interno del popolo su cui riposano le promesse e le benedizioni (cf. Is 10,22; Sof 3,12-13). Noè con la sua famiglia anticipa questo resto.

Il capitolo sette si chiude con l’annotazione che le acque rimasero sopra la terra 150 giorni (cf. 7,24). Cronologicamente i 150 coprono i cinque mesi dall’inizio del diluvio: i primi 40 giorni di pioggia furono seguiti da 110 giorni durante i quali l’acqua cresce, dopo il centocinquantesimo giorno le acque iniziarono a decrescere (cf. Gen 8,3)10.

  1. Cf. Per la sua esposizione rimando a J.-L. Ska, Introduzione alla lettura del pentateuco. Chiavi per l’interpretazione dei primi cinque libri della Bibbia (Collana biblica), Roma 1998, 187-192.
  2. Molti esegeti parlano di sette animali puri e di due impuri. La preferenza di sette coppie è determinata dalla presenza nel testo ebraico della ripetizione «a sette a sette» e dalla difficoltà di ripartire in «maschio e femmina» il settimo capo. Cf. Sonnet, The Book within the Book, 377; Soggin, Genesi 1-11, 133.
  3. Cf. Sonnet, The Book within the Book, 378. Per il sostantivo cf. GKC § 85d.
  4. Wenham, Genesis 1-15, 178.
  5. Cf. J. Skinner, Genesis (ICC), Edinburgh 19302, 163; Westermann, Genesis 1-11, 430-431. Interessante rilevare che nella lista dei re di Sumeri si legge: «In Shuruppak, Uba-Tutu divenne re e governò 18,600 anni… Poi il diluvio copri [la terrra]» (ANET, 265).
  6. Cf. McEvenue, The narrative style of the priestly writer, 55-59; K. Schmid, Die Josephsgeschichte im Penteteuch, in J.C. Gertz et al., eds., Abschied vom Jahwisten (BZAW 315), Berlin 2002, 490-492; A. de Pury, Le cycle de Jacob comme légende des origines autonome d’Israël, in J.A. Emerton, ed., Congress Volume – Leuven 1989 (Supplements to Vetus Testamentum 43), Leiden 1991, 323-325; V. Fritz – P.R. Davies, eds., The Origins of the Ancient Israelite States (JSOTSS 228), Sheffield 1996, 52-62; O. Lipschits, The Fall and Rise of Jerusalem. Judah under Babylonian Rule, Winona Lake 2005, 241-261.
  7. Cf. Wenham, Genesis 1-15, 179.
  8. Cf. Soggin, Genesi 1-11, 134.
  9. Nell’epopea sumerica di Ghilgamesh è Utnapishti che chiude la porta.
  10. Cf. Hamilton, Genesis 1–17, 298.

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