L’evangelista Giovanni ama caratterizzare ciascuno dei suo personaggi umani in riferimento a Gesù, il Verbo di Dio, il Figlio di Dio. Nella caratterizzazione di ciascun personaggio egli fa emergere le istanze e le domande che via via sorgono nell’ascoltatore o lettore mentre si dipana il racconto di Gesù. In questo modo l’ascoltatore/lettore si può riconoscere nella reazione di questi personaggi.

Il vangelo di questa quarta domenica di quaresima mette in dialogo Gesù e il personaggio Nicodemo. Il brano che si ascolta però riporta solo l’ultima parte di questo dialogo che copre i primi 21 versetti del capitolo terzo (per leggere l’intero brano qui).

L’incontro di Gesù con Nicodemo si sostanzia di tre momenti scanditi da tre domande di Nicodemo a cui Gesù risponde. In questo modo viene tracciato un itinerario verso una nuova possibilità di vita, contraddistinta come «rivelazione dall’alto», una rivelazione che ha un centro visibile: il Figlio innalzato, la nuova casa di Dio tra gli uomini a cui volgere lo sguardo per essere guariti.

Prima domanda: «Rabbì sappiamo…» (3,1-3)

Per iniziare con ordine dobbiamo partire dalla conclusione del capitolo precedente quando il narratore racconto che «mentre Gesù era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo» (Gv 2,23-25).

Nicodeco è fra questi molti che sono attratti da Gesù per i segni che compie: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui» (Gv 3,2). Nicodemo è colpito dai segni ma non sa andare oltre. Per questo va da Gesù non per fare il passo e diventare suo discepolo, ma per interrogarlo. È un uomo delle istituzioni, definito dal proprio ruolo di capo del Giudei e fariseo (cfr. 3,1). È un uomo che ha le sue certezze fondate sul sapere e sulle dottrine del proprio gruppo di appartenenza e da queste parte per interrogare Gesù: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui»

Nel contestualizzare l’incontro il narratore afferma che egli va da Gesù di notte: la notte nel vangelo di Giovanni indica una situazione di conflittualità, il tempo in cui non si può operare (9,4) né camminare (11,1), l’ora del tradimento (13,30) e della paura (19,38). Qui nel contesto del dialogo esprime ambiguità: Nicodemo non vuole compromettersi o come meglio sintetizza s. Agostino: «… si accosta alla luce, ma la cerca nelle tenebre».

Gesù risponde cogliendo di contropiede Nicodemo perché gli chiede di cambiare prospettiva: da ciò che conosce a ciò che Dio vuole compiere gratuitamente in lui, una rinascita dall’alto. Il primo passo per uscire dalla notte è, dunque, lasciarsi sorprendere dall’imprevedibile di Dio.

Seconda domanda: «Come può nascere un nuovo… » (3,4-8)

Spiazzato, Nicodemo chiede spiegazioni su un avverbio usato da Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce ánōthen, non può vedere il regno di Dio» (3,3). Il termine a ánōthen è ambiguo, perché può significare “dall’alto” oppure “di nuovo”. C’è quindi una situazione di fraintendimento – essa è tipica del quarto vangelo –, per cui Nicodemo chiede: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» (3,4). Ricorrendo alla sua logica, Nicodemo ironizza sull’affermazione di Gesù: egli apprezza Gesù, ma non vuole uscire dai limiti rassicuranti della propria comprensione ed esperienza. Il sapere diviene perciò una difesa contro la luce.

Gesù con la sua risposta mina il sapere “certo” di Nicodemo ricorrendo ad un altro termine, ancora una volta ambiguo, pnêuma, che indica sia lo Spirito che il vento. Gesù afferma che nessuno può “possedere” Dio, nessuno può afferrare il mistero e racchiuderlo in saperi umani così come aveva imparato a fare Nicodemo. Gesù lo spinge ad uscire dalle proprie certezze per aprirsi alla “novità” di Dio, la quale spira e porta non dove vuole andare l’uomo, ma dove vuole andare Dio.

Terza domanda: «Come può accadere questo?» (3,9-21)

Davanti a questa affermazione Nicodemo pone la domanda che conta: «Come può accadere questo?». È ora Gesù che ironizza sul dire di Nicodemo: «Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose?» (3,10). C’è pure un salto qualitativo del dialogo: si passa dal sapere alla testimonianza. La voce di Gesù diventa quella della comunità credente che ha fatto un’esperienza capace di mutare la vita: quest’esperienza, e non una teoria, è il centro della fede. È il brano della liturgia di questa domenica.

La novità è “l’innalzamento del Figlio”, la risposta paradossale di Dio alla domanda di salvezza dell’umanità: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (3,14-15). Qui Gesù si richiama a un episodio avvenuto durante la peregrinazione di Israele nel deserto, narrato nel libro dei Numeri (Nm 21,4-9). Dato che molti israeliti morivano a causa dei morsi dei serpenti, Dio ordinò a Mosè di innalzare nel deserto un serpente di bronzo: chiunque l’avesse guardato, anche se attaccato dai serpenti, non sarebbe morto. Prendendo spunto da questo singolare evento, Gesù annuncia il suo innalzamento sulla croce.

La domanda sottesa è che cosa vede uno sguardo credente guardando alla croce? Un atto d’amore: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (3,16). Giovanni ci offre così la chiave interpretativa del misterioso agire di Dio: la croce è un atto d’amore. Questo sarà ribadito all’inizio del racconto della passione: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (13,1).

Il Nicodemo che è in noi

Gesù sfida il Nicodemo che vive in noi, affermando che non può esistere relazione autentica con Dio, senza che si passi da una vita centrata su noi stessi, sulle nostre certezze, abitudini, convinzioni, fede … all’imprevedibile di Dio. L’unica via di salvezza che Nicodemo, e noi in lui, deve imparare è che l’amore dà la vita. Ciò che salva e permette di uscire dalle tenebre non è il proprio status di professionista della fede o di credente: la salvezza è nell’amore, l’amore accolto e l’amore donato.

Passare dalle tenebre alla luce significa:

  • sollevare lo sguardo alla croce, perché in Gesù innalzato sulla croce incontriamo l’amore di Dio;
  • abbassare le nostre difese per lasciarci raggiungere da questo amore che non condanna, ma libera;
  • lasciare che questo amore ci guarisca, guarisca il nostro modo di concepire la relazione con noi stessi e con l’altro.

Il rinascere dall’altro chiede di lasciare che la luce dell’amore entri nelle nostre tenebre e, come all’origine del creato, operi una distinzione, ci aiuti a discernere tra ciò che è vero, perché nasce dall’amore e testimonia amore, e ciò che è falso, perché crea divisione e odio.

Chi ascolta e legge questo vangelo a questo punto è lasciato con una scelta fondamentale: accettare o rifiutare la rivelazione salvifica del Padre in Gesù.

Qual è la nostra scelta?

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