La seconda opera del sesto giorno è la creazione dell’uomo che segna l’apice del racconto. C’è subito da osservare come le opere create che hanno una più stretta relazione con l’uomo — la terra, casa dell’uomo (Gen 1,9-13), il sole e la luna che determinano il ciclo vitale (Gen 1,14-19) — siano state descritte in modo più dettagliato rispetto a quelle con un minor legame vitale.

Riportiamo l’intero brano poi lo riprenderemo versetto per versetto:

²⁶Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
²⁷E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò.
²⁸Dio li benedisse e Dio disse loro:
«Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra».
²⁹Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo. ³⁰A tutti gli animali selvatici, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. ³¹Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.

Il ritmo cala e il tempo narrativo si allunga: sono impiegati sei versetti per raccontare la creazione dell’uomo e ciò dà enfasi al suo significato1.

A uno sguardo superficiale del racconto due sono le particolarità di immediata evidenza:

  • la creazione dell’uomo non avviene tramite il solito schema comando – esecuzione; invece viene messo in scena l’intero processo decisionale che porta alla sua creazione;
  • il giudizio del v. 31, «E Dio vide che era cosa molto buona», non è riferito alla creazione dell’uomo, ma a quanto Dio in generale ha fatto in tutti e sei i giorni di creazione: nei confronti dell’uomo sembra quasi che il giudizio sia sospeso. In attesa di cosa? Forse della sua risposta libera? Cercheremo di scoprirlo per ora diciamo solo che i versetti sono multo curare e tutto ruota attorno al v. 27, dove per ben tre volte è ripetuto il verbo «creare».

Ecco uno schema riassuntivo del contenuto:

  • v. 26a    Annuncio in prima persona dell’intenzione di Dio.
  • v. 26b    Scopo della creazione dell’umanità: per governare la terra.
  • v. 27    Creazione dell’umanità.
  • v. 28    Benedizione sull’umanità: per generare e governare la terra.
  • vv. 29-30    Dono di un doppio regime di alimentazione (umanità e animali).
  • v. 31    Contemplazione.

Facciamo…

Facciamo l’uomo a nostra immagine…

נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם בְּצַלְמֵ֖נוּ …

Il discorso divino si apre con un «facciamo», plurale di prima persona. Perché? Fino a questo momento, quando parlava, Dio ha usato formule del tipo «sia la luce», «le acqua si raccolgano» o «la terra produca e le acque brulichino»; non ha mai fatto ricorso ad una formula così tanto personale come «facciamo». Chi sono questi soggetti che compongono il «noi»?

Chiedo scusa se ora divento un po’ pedante e, perché no, prolisso ma dobbiamo dare un’occhiata alla diverse interpretazione date a questo plurale. Lo storia dell’interpretazione propone più di una soluzione.

Il plurale fa riferimento alla corte celeste. L’ipotesi era già sostenuta da Filone e da vari commentatori rabbinici2. In tempi recenti è stata ripresa da da Skinner, von Rad e Wenham e altri3. Su questa lunghezza d’onda interpretativa i padri della Chiesa hanno letto il plurale come un adombramento della Trinità oppure del Verbo4. L’autorevole esegeta tedesco Herman Gunkel ipotizza la presenza di un antico politeismo che la redazione sacerdotale non ha epurato del tutto5. Esegeti come Clines e Hasel scorgono nella forma plurale una «pluralità» presente nella divinità: Dio si rivolgerebbe al suo Spirito che era presente e attivo all’inizio della creazione (cf. Gen 1,2). Sebbene questo possa essere possibile (cf. Pr 8,22-31), non è molto plausibile perché il rûaḥ di Gen 1,2 fa riferimento al vento6.

Altra pista interpretativa è stata quella grammaticale seguita da Keil, Dillmann, e Driver7 che ipotizzano la la presenza di un plurale maiestatico, ma esso era sconosciuto alla lingua ebraica e farà la sua prima comparsa solo con l’aramaico dell’epoca persiana8.

Infine si è proposto di leggere plurale «facciamo» come una sorta di deliberazione interiore di Dio: Egli parla con se stesso, quasi scindendosi in due soggetti, di cui l’uno affida l’incarico all’altro9. Questa ipotesi pur trovando consenso sembra molto artificiale e forzata e non fa altro che replicare quella relativa a una pluralità presente nella divinità.

Tutte queste interpretazioni hanno cercato una soluzione fuori dal testo o al di là del testo, mentre l’interrogativo perché Dio parla al plurale resta aperto. Se invece la risposta fosse proprio nel testo? Se il plurale coinvolgesse dei soggetti presenti nel testo di cui uno è chiaramente Dio, chi sarebbe l’altro?

L’ebraico conosce bene la forma al singolare per dare o darsi un ordine. La scelta del plurale coinvolge normalmente un altro interlocutore. Ma qui Dio è solo. Inoltre quando successivamente il narratore racconta quanto Dio mette in atto, dopo la sua decisione, usa il verbo «creare» al singolare (cf. wayyiḇrāʾ v. 27). Inoltre il verbo «creare» – come già visto in un post precedente – nella Bibbia ha sempre come soggetto Dio. In 1,26 invece si usa il verbo «fare» (ʿāśâ) che ha un’accezione molto più ampia. Da qui la domanda: perché la scelta del verbo «fare» e non «creare»? Chi “altro” è coinvolto oltre a Dio nel plurale “noi”?

ʾādām: uomo o terrestre

Prima di rispondere però è bene considerare l’oggetto di questo misterioso «fare». Esso è espresso dal vocabolo ʾādām che deriva dal termine ʾădāmāh, «terra/suolo». Normalmente viene tradotto con «uomo» o «umanità»; infatti si tratta di un termine grammaticalmente singolare che ha funzione collettiva. Se invece vogliamo rispettare l’assonanza ebraica potremmo tradurlo con «terrestre» da «terra». Sarà questa la mia scelta.

Infine il fare divino è «nell’immagine di noi, come somiglianza di noi». Questo lo vedremo nel prossimo post.


  1. Wenham, Genesis 1-15, 27.
  2. Nel Targum Jo. leggiamo: «Dio disse agli angeli che servono alla sua presenza, che erano stati creati il secondo giorno della creazione del mondo: Facciamo Adam a nostra immagine, come nostra somiglianza». Nel bellissimo e significativo testo midrashico di Genesi Rabba VIII,5 si racconta che quando Dio «si accinse a creare l’uomo, gli angeli del servizio si divisero … Alcuni dicevano: Si crei; altri dicevano: Non si crei». Gli angeli dell’amore e della giustizia volevano che fosse creato; gli angeli della verità e della pace si opponevano. Poiché gli angeli rappresentano dei valori, questo midrash suggerisce che quattro valori fondamentali sono messi in crisi dalla creazione dell’uomo: l’amore, la verità, la pace, la giustizia. Verità e pace dunque si oppongono dicendo che l’uomo le offenderà: «Sarà menzognero», dice verità; «Sarà rissoso e farà guerre», dice pace. Ma amore e giustizia dicono: «Senza l’uomo chi ci realizzerà?». E mentre questi angeli-valori stavano discutendo Dio intervenne e disse: «Che cosa discutete? L’uomo è già creato!». Se si esaspera e si esagera la pienezza dei valori, la creazione diventa impossibile; ma se si parte da un’esigenza minima, allora può realizzarsi la profezia di Sal 85,11-12: Amore e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra, la giustizia si affaccerà dal cielo.
  3. J. Skinner, Genesis (ICC), Edinburgh 19302, 31; G. von Rad, Genesi (Antico Testamento 2/4), Brescia 1978, 69.
  4. L’interpretazione cristiana ha pensato da prestissimo ad un dialogo fra Dio e il Verbo, il Lógos che era in principio presso Dio (cf. Gv 1,1 ss.), ed è arrivata col tempo a sviluppare questo testo nel senso di una teologia trinitaria. L’Epistola di Barnaba dice: «Il Signore, a cui Dio aveva detto alla creazione del mondo: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza”, ha sofferto per compiere la promessa» (V,5). E Giustino: «Questo Figlio, generato dal Padre prima di tutte le creature, era con il Padre ed è con lui che il Padre si intrattiene (cf. Pr 8,22)» (Dialogo con Trifone 62). Secondo Ireneo qui Dio parla al Verbo che fa e rifà l’uomo (Contro le eresie V.15.4), parla al Figlio e allo Spirito che sono «le due mani di Dio» (Contro le eresie, IV.20.1; V.1.3). Per Agostino da questo passo bisogna imparare «a vedere la Trinità dell’unità e l’unità della Trinità» (Confessioni XIII.22.32). Su questo cf. G.T. Armstrong, Die Genesis in der Alten Kirche. Die drei Kirchenväter (BGH 4), Tübingen 1962, 39; R.M. Wilson, The Early History of the Exegesis of Gen 1:28, in Studia Patristica 1 (1957), 420-437.
  5. H. Gunkel, Genesis. Mit einem Geleitwort von Walter Baumgartner, Göttingen 1977, 111.
  6. D.J.A. Clines, The Image of God in Man, in TB 19 (1968), 53-103 in particolare 68-69; G.F. Hasel, The Meaning of ‘Let us’ in Gn. 1:26, in Andrews University Seminary Studies 13 (1975), 58-66.
  7. ) S.R. Driver, The Book of Genesis. With Introduction and Notes (Westminster Commentaries), Edinburgh 1904, 14.
  8. Cf. GKC, § 124g n. 2; P. Joüon – T. Muraoka, A Grammar of Biblical Hebrew (Subsidia biblica 14/I/II), I-II, Roma 1993, § 114e. J.A. Soggin, Genesi 1-11. Commento storico esegetico all’Antico e al Nuovo Testamento (CSANT 1/I), Genova 1991, 44.
  9. Sono per questa ipotesi Westermann, Genesis 1-11, 144-145; C. Westermann, Genesi, Casale Monferrato (AL) 1989, 25; Steck, Der Schöpfungsbericht der Priesterschrift; W. Groß, Die Gottebenbildlichkeit des Menschen im Kontext der Pristerschrift, in TQ 161 (1981) 244-264; P.-E. Dion, Ressemblance et Image de Dieu in DBSup, X, 365-403.

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