Nell’immagine come somiglianza

Dio disse: «Facciamo l’uomo nell’immagine di noi, come somiglianza di noi: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò.

‏ וַיֹּ֣אמֶר אֱלֹהִ֔ים נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם בְּצַלְמֵ֖נוּ כִּדְמוּתֵ֑נוּ ‎ וְיִרְדּוּ֩ בִדְגַ֨ת הַיָּ֜ם וּבְע֣וֹף הַשָּׁמַ֗יִם וּבַבְּהֵמָה֙ וּבְכָל‎b‏־הָאָ֔רֶץ וּבְכָל־הָרֶ֖מֶשׂ הָֽרֹמֵ֥שׂ עַל־הָאָֽרֶץ׃ ²⁷‏ וַיִּבְרָ֨א אֱלֹהִ֤ים ׀ אֶת־הָֽאָדָם֙ בְּצַלְמ֔וֹ בְּצֶ֥לֶם אֱלֹהִ֖ים בָּרָ֣א אֹת֑וֹ זָכָ֥ר וּנְקֵבָ֖ה בָּרָ֥א אֹתָֽם׃

Nelle parole di Dio l’umano è «nella immagine di noi, come somiglianza di noi». Per la legge del parallelismo i due lessemi potrebbero indicare una sola realtà ed essere, quindi, dei sinonimi1, ma questo non può essere perché nel verso successivo, quando il narratore riprende la deliberazione di Dio per raccontare quanto opera, c’è la sorpresa dell’assenza della «somiglianza», mentre il termine immagine viene ripetuto due volte. Di conseguenza c’è qualcosa dell’immagine che non c’è nella somiglianza, vale a dire i due termini non sono dei sinonimi2.

Il primo vocabolo «immagine», ṣelem3, è un termine concreto che indica un’immagine plastica, in particolare una scultura (1 Sam 6,5; 2Re 11,18), comprese delle statue di Dio (Ez 7,20; Am 5,26) proibite dalla legge (Dt 4,15-19). Si tratta quindi di una rappresentazione e di un ritratto.

Il secondo «somiglianza», dᵉmût4, deriva dal verbo dāmah che significa «essere come, somigliare». Indica la «somiglianza» tra due realtà paragonabili per il loro aspetto (Ez 1,26; 2Cr 4,3) oppure tra una copia e l’originale (Is 40,18; Ez 23,15).

Immagine e somiglianza a cosa fanno riferimento

Detto del loro valore semantico, gli esegeti si sono divisi sul significato da attribuire all’espressione, cioè sulla portata e sull’estensione di quell’idea di immagine che i due termini congiuntamente esprimono: che cosa significa che l’uomo è imago Dei? In che cosa consiste il suo essere a immagine di Dio? Le varie soluzione proposte variavano a seconda della concezione antropologica sottesa. Ecco una piccola carrellata: la posizione eretta dell’uomo; la forma e l’aspetto; la memoria, l’intelligenza, la ragione; l’anima, la parte più spirituale dell’uomo; la regalità, il dominio sul creato affidato da Dio all’uomo; quindi il fatto che l’uomo è il rappresentante di Dio nella creazione; l’essere maschio e femmina: la coppia umana, ecc.

Il dato comune emergente dalla storia dell’interpretazione di questo testo è che l’espressione qualifica un evento tra Dio e l’uomo. Si vuol esprimere una certa affinità, una «certa» possibilità di sintonia tra Dio e l’uomo5. L’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio per poter entrare in dialogo e in relazione con il suo Creatore6. L’uomo è capax Dei7.

Differenza con il mondo animale

Dal contesto si coglie subito che quanto Dio dice di ʾādām, l’uomo, si stacca da tutte le altre opere create. Infatti delle piante e degli animali il narratore sottolinea che tutti sono stati creati «secondo le loro specie» (cf. Gen 1,11-12.21.24-25), mentre l’uomo è creato «in immagine e come somiglianza di Dio» (Gen 1,26-27). Si mette quindi una differenza essenziale fra il terrestre e le altre creature o «esseri viventi». Di ʾādām non si dà alcuna specie, ma esiste una sola umanità, tutta unita perché creata a immagine di Dio. Questo elemento fonda l’unità dell’umanità davanti al suo Creatore8.

Altro elemento di distinzione fra ʾādām e gli altri esseri viventi, in particolare gli animali, è la benedizione (cf. Gen 1,22 con il Gen 1,28)9. In entrambi i casi per la benedizione Dio usa parole molto simili: «Siate fecondi e moltiplicatevi», quello che varia però sono le parole con cui il narratore introduce la benedizione: in Gen 1,22, per gli animali, dice soltanto: «E Dio li benedisse dicendo», mentre per l’uomo in Gen 1,28: «E Dio li benedisse e Dio disse loro». La breve aggiunta del narratore tematizza il fatto che Dio si rivolge personalmente ad ʾādām come se volesse iniziare un dialogo. Quindi «immagine e somiglianza» dice la capacità di ʾādām di essere partner in questo dialogo con Dio.

L’affermazione è foriera di pregnanza teologica: quanto detto vale per tutti gli uomini in quanto uomini e per il solo fatto di essere uomini. Al di là di tutte le possibili differenze che la storia ci presenterà (razza, stato sociale, stato religioso, possibilità economica ecc.), ogni uomo/umanità è stato pensato come interlocutore libero di Dio. La relazione dell’uomo con Dio non si presenta come qualcosa di posticcio e di aggiunto, ma è costitutiva del suo essere nella creazione.


  1. Per G. Borgonovo, Genesi in La Bibbia Piemme, Piemme, Casale Monferrato (AL) 1995, 70, i due lessemi sono dei sinonimi, ma va ricordato che nel parallelismo sinonimico il secondo termine esprime sempre “qualcosa” di diverso dal primo, come giustamente ha osservato R. Alter, L’arte della poesia biblica (Lectio 3), GBPress – San Paolo, Roma – Cinisella Balsamo (MI) 2011, 13-49 in particolare 38-39.
  2. Per molti esegeti le due preposizioni bᵉ e kᵉ sono simili perché nella Bibbia vengono utilizzate «promiscuamente» (cf. Soggin, Genesi 1-11, 45), va però osservato che i dizionari segnalano un significato proprio per ciascuna preposizione (cf. BDB, n. 974 e 4305 e HALOT, n. 1924 e 4122.) e se qui compiano vicine non è per dire la medesima cosa ma per segnalare una sfumatura diversa.
  3. Settanta ha εἰκών; la Vulgata imago.
  4. La Settanta ha ὁμοίωσις; la Vulgata similitudo.
  5. Cf. Borgonovo, Genesi, 72.
  6. Cf. Dion, «Ressemblance et Image de Dieu», 379-379; J.-L. Ska, Il libro sigillato e il libro aperto (Collana Biblica 11), Bologna 2005, 220.
  7. Cf. Bianchi, Adamo, dove sei?, 138-139 che si rifà al pensiero dei padri.
  8. Da questo aspetto il racconto sacerdotale deduce un po’ più avanti nel testo della Genesi che la vita umana è sacra (Gen 9,6).
  9. Wenham, Genesis 1-15, 33.

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