Home Anno A Mostrami come ti vesti e ti dirò chi sei: Col 3,12-21

Mostrami come ti vesti e ti dirò chi sei: Col 3,12-21

Vestirsi è un’azione importante per ogni uomo e donna: ci differenzia dagli animali che vanno nudi, è un po’ il prolungamento del nostro corpo; rivela i nostri gusti e i nostri sentimenti, mostra se siamo fini o trasandati, giovani o vecchi. Sarebbe una violenza imporlo perché ognuno ha il diritto di scegliere l’immagine che desidera dare di sé.

Nella Sacra Scrittura l’abito è impiegato spesso in modo simbolico: indica l’identità della persona, le sue qualità interiori, le disposizioni del cuore. Nel Battesimo, il discepolo di Cristo è risorto a vita nuova, non può più comportarsi da pagano. Ecco perché, prima dell’immersione nell’acqua, compiva il gesto di spogliarsi dell’abito vecchio e, uscendo dal fonte battesimale, era rivestito dell’abito nuovo, simbolo della vita completamente diversa da quella precedente.

Paolo ricorre spesso a questa immagine: esorta gli Efesini ad abbandonare l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli e a rivestire l’uomo nuovo (Ef 4,22-24). Ai Romani raccomanda: Rivestitevi di Gesù Cristo (Rm 13,14); e ai Galati ricorda: «Vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27).

L’immagine dell’abito nuovo gli è particolarmente cara, la richiama anche nella lettera ai Colossesi alcuni versetti prima del passo proposto come seconda lettura in questa domenica dedicata alla famiglia: Avete rivestito l’uomo nuovo (Col 3,10). L’apostolo se ne serve per illustrare i rapporti nuovi che si devono instaurare nelle famiglie cristiane. L’abito non viene indossato per autocompiacersi davanti a uno specchio, ma per presentarsi agli altri in modo attraente, per essere gradevoli, simpatici. Prima di procedere oltre leggiamo il testo:

Fratelli, ¹² scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, ¹³ sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. ¹⁴ Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. ¹⁵ E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!
¹⁶ La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. ¹⁷ E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre.
¹⁸ Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. ¹⁹ Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza.
²⁰ Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. ²¹ Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.

Se l’abito riveste questa funzione, Paolo ne suggerisce uno che rende sommamente avvenenti e piacevoli agli occhi di tutti il cristiano (cfr. vv. 12-15). È composto da sette stoffe da tutti molto apprezzate: tenerezza, bontà, umiltà, mansuetudine, magnanimità, sopportazione reciproca e perdono. Sette è il numero della perfezione, ma ricordandosi dell’importanza della cintura nella cultura del suo tempo – era il segno del prestigio sociale di cui godeva una persona – l’Apostolo aggiunge anche il cingolo, la carità che conferisce l’ultimo tocco di finezza ed eleganza a una veste già sopraffina. La carità del cristiano non si riduce ad un vago sentimento, ma consiste nel costante atteggiamento di servizio al fratello, nella disponibilità a rispondere alle sue richieste di aiuto. È l’abito che ogni battezzato deve indossare, è uguale per tutti, uomini e donne, vescovi, presbiteri, religiose, laici, e di esso non ci si può mai spogliare.

Nei versetti centrali del nostro passo (vv. 16-17) Paolo propone alcuni mezzi che facilitano l’armonia familiare.

  1. Anzitutto la meditazione della parola di Dio fatta insieme da nonni, genitori e figli: «La parola dì Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza» (v. 16). La famiglia che, con regolarità, si ritaglia momenti da dedicare alla lettura e all’interiorizzazione del Vangelo, pone solide basi perché si instauri un dialogo sereno, anche quando sono necessari richiami o – in certi momenti – persino rimproveri. Se fatte con ogni sapienza – come raccomanda la lettura (v. 16) – queste ammonizioni vicendevoli vengono recepite come segni di premura e di amore e sono accolte con gratitudine.
  2. Poi la preghiera. Tutte le famiglie desiderano che al loro interno regnino l’affiatamento e la concordia e ricorrono a tanti accorgimenti – organizzano vacanze, dispensano regali, festeggiano ricorrenze… – per raggiungere l’obbiettivo. Paolo suggerisce il suo espediente: cantate a Dio nei vostri cuori, con gratitudine, salmi, inni e canti ispirati (v. 16). Nulla favorisce l’unione della famiglia più della lode unanime a Dio e il rendimento di grazie per i doni da lui elargiti (v. 17).

Nei versetti 18-19 Paolo chiarisce che cosa significa e come si manifesta l’amore in una famiglia. Per le donne amare vuol dire ritenersi a servizio dei mariti e per questi amare le proprie spose. Quanto afferma l’Apostolo può essere facilmente equivocato e difatti è stato accusato di misoginia. Perché – si chiede chi lancia quest’accusa – Paolo non ricorda ai mariti il dovere di essere sottomessi alle loro mogli?

È vero. Egli non impiega per i mariti il verbo piuttosto duro hypotassō, che significa rimanere soggetti, stare sottomessi, ma ne impiega un altro, più mitigato, ma non meno esigente: agapaō, «amare». Per un cristiano amare equivale a divenire servo. Gesù infatti ha dato ai suoi discepoli, a uomini e donne, senza distinzione, un’unica disposizione: «Chi vuole diventare grande tra voi, si farà vostro servo e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire» (Mt 20,27-28).

Nei versetti conclusivi 20-21 Paolo, dopo aver raccomandato ai figli l’obbedienza, impartisce una raccomandazione anche per i genitori: li esorta a coltivare l’autorevolezza con l’integrità del loro comportamento e ad evitare l’autoritarismo che non favorisce lo sviluppo armonico della personalità dei figli, ma crea sfiducia ed esaspera.

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